giovedì 4 marzo 2010

Lettera ai giovani estremi

L'articolo è apparso su A - rivista anarchica nel febbraio 1998

Che cosa può darvi un uomo della mia età se non i dati dell’esperienza?
Solo oggi, più che settantenne, vedo con chiarezza: il potere ha utilizzato - con un vero e proprio capovolgimento dei propositi - ciò che era nei nostri sogni, anziché far l’uomo più libero con il progresso, la scienza, la macchina, la cultura ecc., renderne più rapido e sicuro l’asservimento.
Ogni scoperta ed ogni invenzione - nate tutte (oso credere) dal proposito di essere vantaggiose all’uomo - sono state deviate ed utilizzate, contro l’uomo. Basta guardarsi attorno, con un minimo di senso critico e morale e ci si accorge che tutto, ma proprio tutto, viene attuato per renderci servi.
Un tentativo che - pur essendo tutt’altro che escluse le violenze e le atrocità dei vari fondamentalismi (sotto le tante maschere, religione ed etnia in primis) - aggredisce l’uomo, con i mezzi suadenti delle comunicazioni di massa.
Chiaro ed orrifico il fine: non più individui, non più cittadini, non più un popolo, ma milioni di uomini e donne, senza volto né storia, servi.
Ripeto: la macchina del potere ha posto al proprio servizio gli uomini di lettere, di cultura e di scienza, i giovani "più in vista" e i politici.
Uomini di lettere, di cultura e di scienza. Comprati.
I giovani più in vista. Utilizzati come paladini dell’industria e del capitale, i migliori nello sport, nello spettacolo, nel trattenimento e nelle arti. Giovani che, per denaro, esaltano - forse inconsapevoli - una programmazione emmerdosa.
I politici nazionali e no... La comunità europea - in cui avevamo pur posto speranze - ha emanato norme subdole e fintamente igieniche per metter fuori gioco, a favore di industria, conserve, salse, formaggi e salumi, prodotti in modo artigianale, senza rischio reale alcuno, da millenni.
In modo più spettacolare e continuo, i mass - media, le pubbliche relazioni, le promozioni e la pubblicità.
Ad ogni ora del giorno persuasori tutt’altro che occulti esaltano ciò che dovrebbe civilmente essere condannato. Fanno consumare le stesse cose in ogni angolo del mondo, costringono a consumi non necessari anche i più poveri, impongono alimenti geneticamente manipolati di cui si ignorano gli effetti a tempo lungo sull’organismo umano - i cosiddetti alimenti transgenici, che si propongono l’uniformità dei gusti - ed annullano il mutare delle stagioni. Mi limito ai due prodotti - simbolo: la coca - cola e l’hamburger (se dis inscì?), uguali - pensa tè - in ogni luogo del mondo.
Se vi sono una bevanda ed un cibo vecchi - che sentono e sanno di vecchio - questi sono proprio la coca - cola e l’hamburger. L’uno e l’altra monotoni e statici. L’uno e l’altra tuttavia esaltati come fossero prediletti dai giovani, nel futuro dei giovani.
Perché la bevano e lo mangino - i giovani, dico - gli debbono costruire attorno un "castello" (un castello? Un finimondo) di pubblicità e promozioni plurimiliardarie. Smette la pubblicità? Un castello di sabbia, pronto ad andare in sabbia alla prima delle onde serie ("Onda d’Urto", mi vien da pensare, o "Muro del Magazzeno 47").
I giovani prediligono - ed io vorrei esigessero - il nuovo e il diverso. Tutto nuovo e tutto diverso - spazio alla creatività - certo, ci viene da infinite evoluzioni, dalle millenarie lotte e sofferenze di uomini perseguiti, nuovo e diverso. I giovani si sono resi conto che la tradizione e la cultura sono non un piedistallo, bensì un trampolino di lancio. Nuovo e diverso presentati con una serie d’interventi critici, di note culturali e di provocazioni, così da esaltare proprio nel nostro sangue e nelle nostre idee, luci e coraggio. Ho parlato di tradizione e di cultura. Un distinguo. Necessario.
Ciò che ci concedono e ci presentano i detentori del potere, con le immense possibilità di corruzione del denaro, anche quando ci viene presentato come cultura o peggio (peggio da che vi è il tentativo di maligna subornazione), come contro - cultura è, nei fatti, sottocultura. Noi siamo - e qui lo dico da anarchico - la cultura, per definizione sempre impegnata e nel domani.

Eversione e sovversione

Ineffabili e cinici mascherano il tutto con campagne puritane: opererebbero per la purezza e la salvezza del genere umano. Nei fatti si rischia che la terra non basti agli uomini, perché l’industria e l’agricoltura industrializzata stanno desertificando e avvelenando i terreni con la ricerca, senza limiti, del profitto.
La tragedia del genere umano sta per giungere al suo compimento, proprio con la desertificazione, il degrado, la reale morte della terra. È la terra la madre di ciascuno di noi, la terra singola, la terra da cui siamo nati, la terra che camminiamo, la terra su cui ci adagiamo, la terra di cui cogliamo i fiori spontanei ed i frutti, la terra degli olivi e delle vigne, la terra che coltiviamo di fiori, di frutta e di ortaggi, la terra che ci dà le raccolte, la terra su cui facciamo l’amore. Sono stati così "capaci" e potenti da portarci al contrario di tutto. Il progresso anziché all’uomo dovrebbe servire al potere. Proprio il progresso che ha l’imperativo categorico di distruggerlo, il potere. Su quali giovani contare? Sui giovani coraggiosi, propositivi, dialettici, attenti ed esigenti. Giovani che sappiano opporsi al capovolgimento dei fatti. Se i fatti denunciati sono veri - e non vedo alcuno che possa smentirmi - è necessaria e urgente, nessuna possibilità di rinvio, l’eversione e la sovversione.
Cercano d’imporci - la suadenza, la musica, i comici, il cinema, quant’altro - le scelte quantitative. Tu, giovane, fai opera di eversione e di sovversione, esigendo per te e per i tuoi compagni, la qualità.
Ho avuto modo, per la loro civile frequentazione, di conoscere meglio, tra i giovani, alcuni impegnati nei Centri Sociali e nei Circoli Anarchici. Li ho trovati coraggiosi, propositivi, dialettici, attenti ed esigenti.
Penso che siano i soli a poter svelare e rendere evidente agli altri giovani, il tentativo in atto contro di loro, in quanto contro la libertà e la terra. Uno dei fatti più importanti di fine secolo, per quanto riguarda la nostra patria (la patria è ciò che si conosce e si capisce) è l’assunzione di responsabilità da parte del partito catalano, "il partito dei Sindaci". Rivendicano le denominazioni comunali (leggi, se puoi, con attenzione da pagina 20 a pagina 29 di E.V. numero 42).
Un’assunzione di responsabilità difficile e pesante, perché richiede tutta una lunga serie di studi, di verifiche e di lavori. Opere che possono essere compiute in modo corretto ed esauriente solo da giovani "idealisti", giovani che abbiano, quale prima preoccupazione, "la libertà dell’altro".
Un’assunzione di responsabilità - dall’una e dall’altra parte - immensa, in grado di mutare il mercato a favore dell’uomo, di mettere ai margini - in tempi più brevi di quanto si possa credere - le multinazionali, la grande distribuzione e i loro nutrimenti "anabolizzanti", dell’intelligenza e del fisico. Il nostro avvenire, e quello dei nostri figli è in gioco, proprio - e in maniera più diretta di quanto si creda - sulle necessità prime del mangiare e del bere.
Non è affatto un caso che coltura e cultura abbiano identica etimologia. Coltura significa coltivazione del terreno. Cambi la o in u, cultura, ed hai il complesso delle conoscenze intellettuali. "Il terreno arato non si distingueva da quello non ancora messo a coltura", leggi in Carlo Cassola. "Colui che ha molta cultura ma scarso ingegno non ha nemmeno cultura, perché la cultura non è davvero tale se non è dominata, trasformata e assimilata dall’ingegno", afferma Benedetto Croce.
Il progresso - lo vediamo in ogni fatto di cui ci occupiamo in modo sereno - è proprio coltura e cultura.
Perciò io m’auguro che i giovani estremi - la cui scelta è già geniale - vogliano sollecitare i sindaci delle città in cui operano, ad una presa di contatto per un esame quanto più pacato e paziente delle possibilità di collaborazione, secondo i due aspetti coltura / cultura.



Comune per Comune

Pacato e paziente perché nasceranno ostacoli proprio nel momento in cui qualcuno nella controparte (qualcuno? Gli asserviti al capitale e al potere), si accorgerà che il catasto comunale di ciascuno dei prodotti agricoli, la zonazione con la ricerca delle colture più adatte, il rilievo delle particolari vocazioni d’ogni "oggetto" della terra - fosse pure la misera patata - e le loro lavorazioni artigianali in luogo, costituisce un atto mille volte più rivoluzionario di qualsiasi violenza, e più oltraggioso e dannoso per il capitale e il potere.
Gli argomenti della trattativa, anche economica, tra i Sindaci e i Centri sono molti, dai più difficili - per cui sarà necessario l’intervento di tecnici specializzati - ai più semplici, per cui saranno tuttavia di altrettanta necessità giovani trasparenti ed entusiasti.
Ogni centro dovrà assumersi il compito - rispetto al territorio (di un solo Comune o di molti, secondo potenzialità) - sia di studio, sia di attuazione. Studio storico (per esperienza so che un terreno celebrato in antico per le sue produzioni agricole è capace - se bene condotto - di ripeterle) e studio tecnico (della zonazione, ad esempio, che consente di individuare in un territorio vocato, le terre più vocate). L’attuazione sia in accordo - mediato dai Sindaci con delle aziende agricole esistenti - sia con la messa a coltura delle terre demaniali.
Ma gli argomenti in discussione sono ben più ampi. Si dovrà, ripeto, Comune per Comune, esaminare la validità di un progetto riferito ai prodotti della terra, la vocazione della terra stessa alle coltivazioni prospettate, l’esame delle possibilità della trasformazione dei prodotti ottenuti in formaggi, salumi, conserve, o marmellate, o altro... ma anche il ripristino dei "valori" abbandonati, il recupero dell’ambiente, il controllo delle regolarità (in primis quelle relative alla prevenzione degli incendi) e l’equilibrata manutenzione dei luoghi storici, dei parchi, dei boschi, delle acque. Mi piace ricordare ai "miei" ragazzi, così gelosi - giustamente gelosi - delle loro singolarità e individualità, un fenomeno spiegato in ogni scuola.
È detto catalisi il fenomeno chimico per cui alcune sostanze (chiamate catalizzatori), aggiunte anche in quantità piccolissima a un sistema chimico, aumentano la velocità della reazione senza che esse prendano apparentemente parte alla reazione, cioè senza che tali sostanze, a reazione compiuta, si trovino in alcun modo combinate con i reagenti o con i prodotti della trasformazione.
La partecipazione dei giovani estremi ad una delle tante operazioni previste per le denominazioni comunali, non implicherà per nulla e in nulla, la temuta (pure da me) omologazione. Voi potete essere i catalizzatori della riscossa, sia che vogliate assumere responsabilità nel nuovo sistema, sia no. Giovani, ponetevi in modo critico di fronte al progetto di globalizzazione. Progetto che, nei fatti, è già in corso. Progetto che implica il ritorno di ciascuno che non abbia capitale alla schiavitù.

Luigi Veronelli

Postilla alla lettera
L’arma più efficace per imporcela, la schiavitù - in un modo, in apparenza pressoché indolore - è nei mezzi di comunicazione di massa, attraverso i quali con trasmissioni solo in apparenza giovani e di contestazione, impongono le forniture e i costumi del capitale.
Le prese di posizione e le "aggressioni" dei Centri e, con forte incisività degli squatter, sono - con la sola, ma grave penalità della violenza - esemplari. Fanno saldo riferimento alla tradizione, vista, ripeto, non come un piedistallo, bensì come un trampolino di lancio.
Con l’occupazione e la gestione dei palazzi, delle fabbriche trasferite, dei boschi, dei terreni abbandonati o in gerbido, vi è un effettivo ritorno ai valori. Io credo sia possibile trattare i tanti aspetti di questa rivalutazione, con le conseguenti economie nel dare e nell’avere, dei lavori eseguiti.
Ai giovani dovrebbero essere offerte, sia per frequentarle, sia per gestirle, scuole di specializzazione ed assistenza sulla pratica dell’edilizia, del restauro, delle coltivazioni agricole, delle preparazioni elitarie, della difesa ecologica, della musica e di quant’altro possa servire ai Comuni, per una messa in valore e la redditività nel campo dell’ospitalità e del turismo.
Punto di partenza, la messa a disposizione, dopo i necessari e giustificati controlli, regione per regione, delle fabbriche e delle attrezzature industriali ed agricole abbandonate e le proprietà lasciate in gerbido, così che anche siano rimesse in attività e in valore, col duplice vantaggio del lavoro e dell’impegno dei giovani, che hanno scelto - moderno monastero - il Centro, per spirito di solidarietà e d’indipendenza. Ciò comporterà l’assunzione di manodopera sia locale, sia dell’emigrazione.
Il capitale e il potere hanno scelto l’impietosa soluzione delle tecnologie che limitano o addirittura non richiedono l’intervento umano.
L’hanno imposte con una pubblicità sempre più martellante. Ne consegue proprio la riduzione fino all’eliminazione della manodopera specializzata e non. E proprio i giovani, primi ad averne danno, sono costretti a servirsene - di quelle tecnologie - per l’assenza di alternative.
Contro - cultura sono proprio tutte le azioni dei cosiddetti ben pensanti... da sempre. Da qualche anno in modo così pesante e con risultati orroreschi, da rendere appunto necessaria la sovversione.

Il testamento

L'articolo è stato inviato da Luigi Veronelli al settimanale Carta il giorno 15 ottobre 2004. Luigi Veronelli è morto a Bergamo il 29 novembre 2004.

L'isolotto di Santo Stefano è il "resto" di una antica eruzione sottomarina, una successione di basalti e di tufi. Il più orientale e piccolo dell'arcipelago pontino, ha forma ellittica con un diametro massimo di 750 metri da est ad ovest, minimo 500 da nord a sud; la circonferenza è di 2 chilometri, l'altezza di 68 metri.

Gli è stato dato il nome in onore di Santo Stefano, martire del 35 d.C.. Un suo discorso ripercorreva la storia di Israele, da Abramo a Gesù, e metteva in evidenza il disegno di Dio e l'infedeltà del popolo. Gran scandalo. Gli oppositori, furibondi, lo condussero fuori città e lo lapidarono.

All'esecuzione era presente Saulo, il futuro Paolo apostolo, che: "approvava e stava a guardia dei mantelli dei lapidatori".

Sì, alla bellezza e alla serenità sconvolgenti dei panorami, lugubre la storia. Già dagli imperatori romani, fu luogo di deportazione. Augusto vi relegò la figlia Giulia; Tiberio, Agrippina; Nerone, la moglie Ottavia, e qui la fece uccidere. Qualche secolo dopo, Ferdinando IV eresse l'Ergastolo (la E, maiuscola, è voluta: millanta i santi e i martiri che vi furono rinchiusi). Penitenziario eretto nel 1794-95 a tre piani, 99 celle e un cortile per l'aria dei carcerati.

L'isolotto era stato acquistato, anni sessanta, da un vignaiolo mitico, Mario D'Ambra (meditava d'impiantarvi vigne di forrastera e di perèpalummo). Un suo contadino abitava quello che era stato - fuori dalle mura del carcere - una avanguardia. Grande sala con un camino e vari vani per gli ospiti, cacciatori, soprattutto da che l'isolotto ha fama per il passaggio di beccacce e beccaccini (il contadino, un genio, aveva provvisto ad una minima conigliera; ad ogni sacrificio ubriacava le bestiole di alcol, così che non avessero il rigor mortis).

Fui il solo ospite con le mie quattro donne: Maria Teresa, moglie, Bedi, Chiara e Lucia, figlie.

Dedicavo le ore familiari al mare (luogo migliore: una buca basaltica, prediletta, anni annorum, da Agrippina); le ore notturne, solo mie, all'Ergastolo, per "ricerche" sul santo martire, Gaetano Bresci.

Ho camminato i lunghi corridoi e le celle; ho sostato - si arrovesciava il cuore - nelle "gabbie" di rigore, un metro e mezzo, per un metro e mezzo, per un metro e mezzo, sottosuolo. Chi v'era rinchiuso non poteva stare eretto.

Sapevo della lunga detenzione, in quelle celle, cui era stato costretto il giovane atleta, giunto di lontano, per attentare e uccidere, 29 luglio 1900, re Umberto I. Lo aveva fatto. Ed oggi ci si rende ben conto: aveva sbagliato. Oggi.

Era venuto dagli States ove collaborava a "La questione sociale", inferocito per le repressioni vili e sanguinarie di Bava Beccaris, fine Ottocento. Si era convinti, allora, che uccidere un re, colpevole verso l'umanità, fosse un atto risolutivo. Fu rinchiuso in una delle gabbie, sottosuolo, in Santo Stefano.

Se la cammini, l'isola, anche nei luoghi più incantati per l'ardire senza uguali della bellezza, appena appena ti estranei, senti voci, non solo del vento. Ti raccontano le persecuzioni di cui fu oggetto, in quelle gabbie, un metro e mezzo, per un metro e mezzo, per un metro e mezzo. Visse da uomo libero. Non rinnegò la sua idea. Non ottenne un metro, per un metro, per un metro, di più. Non ergastolo.

Fu condanna alla morte. Morì pesto e battuto nella carne (la sua anima non poteva essere battuta, pestata, offesa; era l'Anima), dieci mesi dopo la reclusione, 22 maggio 1901.

Maria Teresa e le figlie - in quel periodo tra i più belli della nostra vita - una volta sola si accorsero del mio turbamento. Quando entrammo nel minimo cimitero, infoibato tra le rocce (ti voltavi ed era un paradiso: il mare e, un po' decentrata, l'Isola di Ventotène). Una frase all'ingresso: "Qui finisce la giustizia degli uomini. Qui comincia la giustizia di Dio", minime croci di ferro arrugginito e dei cartigli ai piedi. Là, proprio là, il cartiglio di Gaetano Bresci.

Piangevo, va da sé; Maria Teresa mi guardava commossa. Mi prese la mano. Ammutolite le bimbe.

L'Anima è il rispetto dell'altro. La giustizia di Dio una palla. Quella degli uomini dovrebbe perseguire i criminali tipo Bush e Bin Laden. Dovrebbe colpire tutti coloro che schiavizzano l'umanità per diventare, giorno via giorno, più ricchi.

Leggi il documento emesso dall'Arci, Comitato regionale toscano, sulle ignominie della famiglia Bacardi. Abbi il minimo, civile coraggio di sbattere in faccia il loro rhum che ti fosse offerto.

Avete capito, giovani lettori: questo è un testamento. Entro in clinica oggi pomeriggio per una operazione da cui, di solito, non si esce. Per la prima volta ho la gioia di essere stato il vostro Maestro.

LUIGI VERONELLI